il blog ufficiale di Alessandro Roazzi

Storie d’Italia

Se osserviamo le vicende storiche di quello stivale chiamato Italia che gli Arabi come ricorda Giorgio Ruffolo in un suo libro ritenevano troppo lungo per essere unificato tutto, ci accorgiamo facilmente che i momenti di unità di cui l’Italia ha goduto ci offrono più di una lezione utile anche per il presente ed il futuro.

 

Cominciamo da Roma e dall’Italia: unite entrambe perfino nel mistero elle origini del proprio nome che viene spiegato attingendo a piene mani alle leggende fiorite perchè entrambe si collocano al centro di molteplici commerci e culture diverse, entrambe sono fin dall’inizio un crogiuolo di popoli diversi,  caratteristiche che dovremmo ancora oggi valorizzare come una risorsa positiva in grado di dare la forza all’intero Paese  per ricacciare indietro ogni rischio di emarginazione e di declino

 

Ma è l’atto di nascita dell’unità di quella antica Italia sotto l’egemonia romana che vale la pena di ricordare. Quando la Lega di Corfinio che riunisce le varie etnie italiche che con Roma hanno guerreggiato per secoli ma che in gran parte  non l’hanno abbandonata nel momento di maggior pericolo – la tremenda lotta contro i cartaginesi di Annibale – perde sul campo ma vince   sul piano della rivendicazione dei diritti nell’89 a.C. Roma e l’Italia si incontrano proprio sul valore della cittadinanza: tutti cittadini con diritti e doveri di uomini liberi, partecipi delle decisioni collettive. E’ il primo vero momento di unità italiana che si  declina non tanto in termini di conquista territoriale da parte di Roma quanto secondo l’estensione di un diritto fondamentale per la dignità umana quale è quello di essere  cittadini.  Oggi potremmo dire regole che non mortificano le diversità territoriali e culturali. Ma regole condivise anche se di fatto imposte dal più forte. Regole da osservare da parte di tutti e come tali in grado di esprimersi  come una sola grande civiltà.

 

 

Sono ovviamente considerazioni che possono forzare la realtà storica, ma che vogliono solo segnalare come i momenti alti dell’unità del nostro paese

 

non solo hanno permesso grandi pagine di storia ma hanno anche favorito un ruolo centrale dell’Italia nel mondo conosciuto ed in particolare nel Mediterraneo. Si pensi ad alcuni valori professati nella società romana: lo jus gentium imponeva ad esempio anche dei doveri verso gli stranieri. Ed il termine humanitas indicava un legame profondo derivante solo e soltanto dall’essere parte della specie umana.

 

 

Questo non vuole dire che nell’antichità la lotta politica e sociale non sia stata dura e spietata, talvolta torbida ed esecrabile. E che accnato agli uomini liberi era presente una multitudine di schiavi e di poveri.  Eppure valori religiosi e  valori civili sotto il primato di Roma hanno garantito coesione e tolleranza, hanno aperto la via dei diritti in modo progressivo anche ad altri popoli come è avvenuto quando l’Imperatore Caracalla concesse lo status di cittadini agli abitanti dell’Impero romano. La religione inoltre non appare come elemento che separa. E’ vero che i Romani hanno per secoli l’abitudine non certo disinteressata di portare nella loro città le divinità dei popoli vinti, ma è anche vero che a nessuno si chiede di abiurare alla propria fede religiosa. Quando Licinio mise fine alle lotte fra paganesimo e cristianesimo non lo fa riconoscendo i valori religiosi insiti nella nuova religione ma accordò  ai cristiani  libertà di culto “affinchè tutto ciò che vi è di divinità nel soggiorno celeste pootesse essere favorevole e propizio a noi tutti e a tutti coloro che sono sottoposti sotto la nostra autorità”. Libertà giuridica, civile insomma non certo dettata da sentimenti religiosi.

 

Un messaggio di civiltà dunque che nei secoli successivi quando sarà recuperato darà vita a stagioni di grande livello culturale: ma questa è solo una constatazione per il passato. Il presente non pare purtroppo adatto a tali recuperi.

 

Se compiamo un balzo di secoli e ci avventuriamo nel Rinascimento  possiamo accostarci ad un altro momento alto della vicenda storica dell’Italia. Se con i Romani l’unificazione avviene con le armi e con il diritto, in quel periodo l’Italia trova una sua diversa unità: quella che la vede primeggiare sul terreno della cultura e delle arti. Consegnando al mondo al tempo stesso un altro alto messaggio: quello della centralità dell’uomo e del suo destino. Dice Leonardo: “i cieli dominano la natura, ma l’intelligenza domina i cieli”. Se paragoniamo questa consapevolezza sulle capacità umane alle incertezze di oggi ci rendiamo conto di quale salto di qualità ci sarebbe bisogno  attualmente a partire da quello spirito di costruttori del futuro che nelle dinamiche politiche e culturali dei nostri tempi fa fatica a farsi strada.

 

 

Rinascimento come rinnovamento anche se  l’Italia resta divisa in Principati e comuni, lo Stato Pontificio è al tempo stesso elemento reale ed insuperabile di frammentazione della penisola e di potenziale unità. Eppure il grande recupero  della civilità greco-romana reso possibile anche dall’opera conservativa di opere antiche da parte della Chiesa e degli ordini monastici , l’emergere di geni straordinari da Michelangelo a Leonardo, da Raffaello al Machiavelli,  il sorgere di Principi illuminati come i Medici, fa dell’Italia la fucina portentosa di un periodo nel quale per dirla con Vasari si determina la “scoperta del mondo e dell’uomo”. Se il Medio Evo è società di contrapposizioni spesso violente, talvolta positive, il Rinascimento  è il secolo della ricerca dell’Armonia e l’Italia gioca un ruolo rilevante nel tratteggiarlo e viverlo così.

 

 

Poi passano altri decenni complessi, in parte “bui”, fino a quando nel settecento si pongono le basi per quello che sarà nel secolo successivo il cammino verso l’unità d’Italia, 150 anni fa. Vero o non vero che sia, mi pare interessante raccogliere l’opinione di quegli storici che vedono nel Piemonte dei Savoia uno Stato già europeo nel suo formarsi  e nella sua organizzazione,  Certo, furono determinanti nel suscitare gli entusiasmi unitari il vento nuovo della rivoluzione francese e più ancora l’avventura napoleonica in Italia. Ma perchè non  pensare che fin dall’inizio della riunificazione l’Italia abbia portato con se i geni di una impronta europea. Un ruolo che  in presenza di fatti traumatici e di crisi epocali l’Europa fatica ad interpretare con il giusto protagonismo ma che resta una partita aperta che l’Italia dovrebbe giocare anche in virtù di una tradizione acquisita e riconosciuta in secoli e secoli di storia. Un’Europa più interprete delle richieste dei lavoratori, più capace di  politiche comuni,  di progetti economici di sviluppo complessivo che pure sarebbero tanto necessari.

 

 

I 150 anni di unità che si celbrano quest’anno ricordano ovviamente lo sforzo compiuto nell’ 800 ricomporre il puzzle italianoin uno solo Stato unitario. Uno sforzo giudicato in vario modo ma che forse potremmo dire coerente con quei passaggi che primo si sono tratteggiati da Roma al Rinascimento: ovvero compiuto con la spada (le guerre di indipendenza , Garibaldi) e con l’ingegno ( Cavour, Mazzini, Gioberti, Cattaneo, ma anche Manzoni e Verdi).

 

Ma la raggiunta unità (senza Roma di Pio Nono) non fu senza spine fin dall’inizio: o spirito ideale e lungimirante che animò il patriottismo risorgimentale doveva quasi subito scontrarsi con il problema di riportare ad unità secoli di divisioni e quel  mosaico di culture e tradizioni che la storia aveva inciso nella realtà italiana. Non è un caso che Cavour sul letto di morte sconsigliasse il neonato Stato italiano ad usare la forza – lo stato d’assedio – per aver ragione delle ribellioni nelle regioni meridionali. Eppure la questione meridionale esplode subito e propone un nuovo tipo di frattura che in vario modo ci siamo trascinati fin qui. E’ singolare come anche nelle attuali celebrazioni non  emerga il convincimento che non si può non riproporre come una delle grandi priorità del futuro cammino della Repubblica Italiana la riduzione convinta e forte del divario nord-sud attraverso grandi progetti animati da scelte concrete , certe nei tempi e nelle risorse, supportate da una coesione politica e sociale che sappia non confondersi con la litigiosità del contingente. Non siamo più alle frasi di un D’Azeglio che confessava che annettere il sud era come “andare a letto con un vaioloso”. Né alla contrapposizione fra l’esercito di Cialdini ed i capi borbonici o del brigantaggio meridionale. Né vale la pena di discutere ancora sulla “spoliazione” del sud da parte del nord “vincitore”: Ghirelli ricorda come dal sud entrarono nelle casse dello Stato italiano ben 443 milioni di lire oro, quando tutti gli istituti bancari degli Stati preunitari ad eccezione di quello borbonico ne contavano solo 148. occorre invece concentrarsi su una spaccatura sociale ed economica  che specialmente nei momenti di crisi ci ricorda con la forza dei numeri – a partire da quelli della disoccupazione giovanile – come ci sia ancora un dovere “unitario” da assolvere che probabilmente solo il federalismo non potrà fare. Non è ormai solo un problema di risorse quanto di gruppi dirigenti da rifondare,  , di progetti di grande respiro per modernizzare le regioni del sud al fine di allinearle con il resto d’Europa,  di promozione delle vocazioni del sud a partire da quella turistica. Ma questa spinta che è stata anche nei decenni passati un grande connotato rinnovatore del sindacato italiano, è finita su un binario morto, priva di significato concreto al di là di proclami di puro sapore elettorale.

 

 

Nella nostra storia dovremmo andare a rileggerci anche le pagine della nostra emigrazione e non tanto per un malinteso ed ambiguo sentimento di facile e retorica solidarietà  nei confronti delle migliaia di nuovi migranti. Dal 1876, solo 16 anni dopo l’unità d’Italia, al 1976 oltre 27 milioni di italiani hanno sciato le loro case per cercare fortuna all’estero. E la prima ondata migratoria, non va dimenticato , è settentrionale: fra il 1876 ed il 1900 su quasi sei milioni di persone che abbandonano l’Italia 940 mila sono veneti, 847 mila provengono dalla Venezia Giulia, 700 mila dal Piemonte, mezzo milione dalla Lombardia, tanti quanti quelli che vanno via dalla Campania. E’ emigrazione verso le Americhe ma anche verso il Nord Africa. Sono coloni, artigiani, ma ci sono anche bambini intrappolati nella tratta dei minori che tanto sdegno provocò in Luigi Einaudi quando scopri il fenomeno che arricchiva per giunta lestofanti italiani. Il numero è rilevante, si tratta dell’esodo più imponente mai registrato finora. Anche  se la storia smentisce sempre queste affermazioni. Ma non sono tanto le condizioni di miseria o di sfruttamento  che dovrebbero farci riflettere sul fenomeno che oggi ci vede Paese di arrivo e di transito: quando le umiliazioni e le violenze, la fatica di vedersi riconoscere diritti, la poca o nulla considerazione di cui godevano i nostri concittadini in terra straniera.  Tutto questo per dire che se non dobbiamo dimenticare, dovremmo soprattutto costruire una cultura dell’accoglienza di cui siamo tuttora privi, fatta di diritti e di doveri, certo, che non metta in discussione  la sicurezza delle nostre famiglie ma che ci permetta di pilotare e governare il processo di società multirazziale che altrimenti potremmo solo subire.

 

 

Un altro salto di tempo e siamo alla Resistenza, altro simbolo di unità che nasce dalle ceneri del fascismo e della seconda guerra mondiale. La retorica e le polemiche più recenti non possono farci dimenticare che in Italia nel ’44 il coraggio della classe operaia  ha dato vita al più grande atto di ribellione compiuto sotto l’Europa occupata dai nazisti. Ancora una volta un atto che ci ha proiettato sui livelli più alti della civiltà europea. Coraggio che non si pegne nel momento della riconquistata libertà: malgrado le differenze ideologiche fortissime di allora il sindacato italiano accettò la sfida di firmare migliaia di licenziamenti necessari per ricostruire dalle macerie quell’industria che sarà poi il centro della rinascita economica e sociale del nostro Paese. E la sinistra italiana non ebbe esitazioni nell’affrontare le conseguenze di quelle difficili scelte. Le vicende politiche sono ben note ed è inutile ritornarci sopra. Ma visto che si parla ora di un Paese alle prese con l’ennesima svolta della sua storia non farebbe male ricordare quella lezione di coraggio ed assunzioni di responsabilità vissute fin quando fu possibile unitariamente senza che questo compromettesse la diversità dei valori in campo.

 

Ma di quell’Italia vorrei ricordare un episodio minore che  Guido Carli racconta sul primo viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti con una posta in gioco non irrilevante in quanto doveva sancire la concessione da parte americana di un prestito di 5 preziosissimi milioni di dollari. Il Ministro statunitense pregò in quella occasione De Gasperi di non incassarli subito ed il nostro povero Presidente del Consiglio chiese smarrito al governatore della Banca d’Italia chev lo accompagnava se per caso quell’assegno statunitense non fosse stato emesso a vuoto… Potrebbe far sorridere, far tenerezza, in realtà ci rammenta un tempo di galantuomini, dove di fronte al denaro che arrivava l’unica preoccupazione era quella di incassare per favorire la  rinascita del nostro Paese.

 

I tempi della ricostruzione, del miracolo economico , delle lotte operaie degli anni ’60 consegnano alla nostra memoria un percorso collettivo non  lineare ma nel quale il lavoro diventa sempre più marcatamente segno di civiltà, possibilità di realizzare una società migliore e non solo un’economia più avanzata. Questa novità ha generato tante speranze, ha fatto vivere a molti di noi stagioni nelle quali era possibile anche “perdere”  perchè comunque c’era sempre la possibilità di una rivincita, c’era quasi sempre una via da imboccare. Oggi sopratutto per i giovani del terzo millennio questo scenario è assai più sfuggente. Nel suo bel libro sul Novecento Vittorio Foa conclude con alcune frasi che qui riporto senza commenti: “Mi è stato chiesto un augurio , anche solo un consiglio. Lo do: è di stare svegli , non abbandonarsi ai sogni. So il valore del mito, so come riesce a dare luce alla vita, anche a farcela capire. Ma non devo accettarlo come autorità che trascende la mia scelta. Può accompagnare la vita, non deve determinarla . Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Non sarebbe una bella dedica per i 150 anni dell’unità nazionale, e non solo?

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Note a margine

Classe dirigente con una media di 59 anni. In Italia è la  più vecchia d’Europa. L’ennesima statistica che però non mette in luce il vero problema: con le dovute eccezioni abbiamo una classe dirigente che ormai da anni non riesce più a proporre progetti per il futuro ma resta abbarbicata ad una gestione del potere e del presente che non è certo l’ultima causa delle nostre difficoltà e dei rischi che stiamo correndo.
Vecchia o meno giovane che sia la nostra classe dirigente appare sempre più chiaramente o residuale rispetto alla cultura ampiamente demonizzata della Prima Repubblica e le vecchie ideologie, con una più accentuato manicheismo, oppure  il frutto mediocre della bufera di Tangentopoli visto il protarsi degli scandali, i disvalori coltivati con allegria, le storie di distrazioni di fondi che non riescono neppure ad essere drammatiche ma semmai figlie grottesche di una impunità ratificata da un fin troppo ampio conformismo  come ci raccontano anche le ultime  vicende che hanno riguardato  la Lega o le accuse dell’ex  tesoriere della Margherita anche se in questi casi la prudenza è d’obbligo e sopratutto sarebbe necessario esercitare quel garantismo che è segno di un paese civile ma che  a suo tempo proprio questi protagonisti oggi messi in discussione disprezzarono senza alcuno scrupolo. Vicende sulle quali non si sta esercitando peraltro quel moralismo forcaiolo chesi è abbattuto non solo sui casi di corruzione  della prima Repubblica, come era giusto che fosse, ma che ha cercato di cancellare ideali e forze politiche che hanno fatto la storia – ed in alcuni casi – la storia nobile, la storia utile di questo Paese come è avvenuto per l’area socialsita e laica.
Quel che è più grave è che nessuno davverosembra in grado di voler pensare al futuro della politica. Qualche valore comune da rimettere insieme, un minimo di interesse generale da rivalutare, una formazione alla politica da riprendere in modo serio, un percorso della vita politica che possa davvero fare spazio ai giovan, lasciandosi alle spalle vizi, arroganze, privilegi, sprechi.

Si è molto ironizzato sui nuovi movimenti e partiti ”internettisti”, eppure abbiamo visto come nelle loro file  siano presenti talvolta giovani che hanno competenze, cultura, voglia di fare. Sopratutto che vivono l’esperienza politica come un qualcosa che appartiene al loro futuro. C’è da domandarsi perchè sono stati costretti ad uscire allo scoperto al di fuori dei partiti tradizionali. La risposta purtroppo è semplice: una politica dei salotti, delle consorterie, delle cordate, dell’apparire, delle battute e degli …scandali non li vede neppure, non può considerarli, non saprebbe dove collocarli. In guaio è che a veder bene è dsempre più difficile sapre dove collocare l’attuale classe politica. In pensione non si può. Con quali soldi? Con quelli dei rimborsi elettorali?

Spigolature

Sul fisco il clima è molto pesante. Minacce inaccettabili, torbide ed oscure, intorno ad Equitalia e bene ha fatto Monti ha far sentire la sua solidarietà. Ma anche un forte malessere nella società italiana.  Errori ne saranno stati fatti ed in tempi difficili come questi vanno evitati con cura ancora maggiore  ma sembrqano ben poca cosa rispetto aquelli che ha compiuto il legislatore negli anni rendendo la materia fiscale una giungla inestricabile. Una foresta  impenetrabile nella quale pochi si avventurano è quella delle sanzioni con la sua confusa ma oppressiva corte di interessi, intererssi sugli interessi sulle somme da dare alle varie Aministrazioni pubbliche. A quanto pare non c’è uno straccio di regola che valga per  tutti. Variano gli interessi, variano le scelte a disposizioen di quello o quell’altro Ente pubblico. E francamente in questo ginepraio cosa c’entra Equitalia?