Se osserviamo le vicende storiche di quello stivale chiamato Italia che gli Arabi come ricorda Giorgio Ruffolo in un suo libro ritenevano troppo lungo per essere unificato tutto, ci accorgiamo facilmente che i momenti di unità di cui l’Italia ha goduto ci offrono più di una lezione utile anche per il presente ed il futuro.
Cominciamo da Roma e dall’Italia: unite entrambe perfino nel mistero elle origini del proprio nome che viene spiegato attingendo a piene mani alle leggende fiorite perchè entrambe si collocano al centro di molteplici commerci e culture diverse, entrambe sono fin dall’inizio un crogiuolo di popoli diversi, caratteristiche che dovremmo ancora oggi valorizzare come una risorsa positiva in grado di dare la forza all’intero Paese per ricacciare indietro ogni rischio di emarginazione e di declino
Ma è l’atto di nascita dell’unità di quella antica Italia sotto l’egemonia romana che vale la pena di ricordare. Quando la Lega di Corfinio che riunisce le varie etnie italiche che con Roma hanno guerreggiato per secoli ma che in gran parte non l’hanno abbandonata nel momento di maggior pericolo – la tremenda lotta contro i cartaginesi di Annibale – perde sul campo ma vince sul piano della rivendicazione dei diritti nell’89 a.C. Roma e l’Italia si incontrano proprio sul valore della cittadinanza: tutti cittadini con diritti e doveri di uomini liberi, partecipi delle decisioni collettive. E’ il primo vero momento di unità italiana che si declina non tanto in termini di conquista territoriale da parte di Roma quanto secondo l’estensione di un diritto fondamentale per la dignità umana quale è quello di essere cittadini. Oggi potremmo dire regole che non mortificano le diversità territoriali e culturali. Ma regole condivise anche se di fatto imposte dal più forte. Regole da osservare da parte di tutti e come tali in grado di esprimersi come una sola grande civiltà.
Sono ovviamente considerazioni che possono forzare la realtà storica, ma che vogliono solo segnalare come i momenti alti dell’unità del nostro paese
non solo hanno permesso grandi pagine di storia ma hanno anche favorito un ruolo centrale dell’Italia nel mondo conosciuto ed in particolare nel Mediterraneo. Si pensi ad alcuni valori professati nella società romana: lo jus gentium imponeva ad esempio anche dei doveri verso gli stranieri. Ed il termine humanitas indicava un legame profondo derivante solo e soltanto dall’essere parte della specie umana.
Questo non vuole dire che nell’antichità la lotta politica e sociale non sia stata dura e spietata, talvolta torbida ed esecrabile. E che accnato agli uomini liberi era presente una multitudine di schiavi e di poveri. Eppure valori religiosi e valori civili sotto il primato di Roma hanno garantito coesione e tolleranza, hanno aperto la via dei diritti in modo progressivo anche ad altri popoli come è avvenuto quando l’Imperatore Caracalla concesse lo status di cittadini agli abitanti dell’Impero romano. La religione inoltre non appare come elemento che separa. E’ vero che i Romani hanno per secoli l’abitudine non certo disinteressata di portare nella loro città le divinità dei popoli vinti, ma è anche vero che a nessuno si chiede di abiurare alla propria fede religiosa. Quando Licinio mise fine alle lotte fra paganesimo e cristianesimo non lo fa riconoscendo i valori religiosi insiti nella nuova religione ma accordò ai cristiani libertà di culto “affinchè tutto ciò che vi è di divinità nel soggiorno celeste pootesse essere favorevole e propizio a noi tutti e a tutti coloro che sono sottoposti sotto la nostra autorità”. Libertà giuridica, civile insomma non certo dettata da sentimenti religiosi.
Un messaggio di civiltà dunque che nei secoli successivi quando sarà recuperato darà vita a stagioni di grande livello culturale: ma questa è solo una constatazione per il passato. Il presente non pare purtroppo adatto a tali recuperi.
Se compiamo un balzo di secoli e ci avventuriamo nel Rinascimento possiamo accostarci ad un altro momento alto della vicenda storica dell’Italia. Se con i Romani l’unificazione avviene con le armi e con il diritto, in quel periodo l’Italia trova una sua diversa unità: quella che la vede primeggiare sul terreno della cultura e delle arti. Consegnando al mondo al tempo stesso un altro alto messaggio: quello della centralità dell’uomo e del suo destino. Dice Leonardo: “i cieli dominano la natura, ma l’intelligenza domina i cieli”. Se paragoniamo questa consapevolezza sulle capacità umane alle incertezze di oggi ci rendiamo conto di quale salto di qualità ci sarebbe bisogno attualmente a partire da quello spirito di costruttori del futuro che nelle dinamiche politiche e culturali dei nostri tempi fa fatica a farsi strada.
Rinascimento come rinnovamento anche se l’Italia resta divisa in Principati e comuni, lo Stato Pontificio è al tempo stesso elemento reale ed insuperabile di frammentazione della penisola e di potenziale unità. Eppure il grande recupero della civilità greco-romana reso possibile anche dall’opera conservativa di opere antiche da parte della Chiesa e degli ordini monastici , l’emergere di geni straordinari da Michelangelo a Leonardo, da Raffaello al Machiavelli, il sorgere di Principi illuminati come i Medici, fa dell’Italia la fucina portentosa di un periodo nel quale per dirla con Vasari si determina la “scoperta del mondo e dell’uomo”. Se il Medio Evo è società di contrapposizioni spesso violente, talvolta positive, il Rinascimento è il secolo della ricerca dell’Armonia e l’Italia gioca un ruolo rilevante nel tratteggiarlo e viverlo così.
Poi passano altri decenni complessi, in parte “bui”, fino a quando nel settecento si pongono le basi per quello che sarà nel secolo successivo il cammino verso l’unità d’Italia, 150 anni fa. Vero o non vero che sia, mi pare interessante raccogliere l’opinione di quegli storici che vedono nel Piemonte dei Savoia uno Stato già europeo nel suo formarsi e nella sua organizzazione, Certo, furono determinanti nel suscitare gli entusiasmi unitari il vento nuovo della rivoluzione francese e più ancora l’avventura napoleonica in Italia. Ma perchè non pensare che fin dall’inizio della riunificazione l’Italia abbia portato con se i geni di una impronta europea. Un ruolo che in presenza di fatti traumatici e di crisi epocali l’Europa fatica ad interpretare con il giusto protagonismo ma che resta una partita aperta che l’Italia dovrebbe giocare anche in virtù di una tradizione acquisita e riconosciuta in secoli e secoli di storia. Un’Europa più interprete delle richieste dei lavoratori, più capace di politiche comuni, di progetti economici di sviluppo complessivo che pure sarebbero tanto necessari.
I 150 anni di unità che si celbrano quest’anno ricordano ovviamente lo sforzo compiuto nell’ 800 ricomporre il puzzle italianoin uno solo Stato unitario. Uno sforzo giudicato in vario modo ma che forse potremmo dire coerente con quei passaggi che primo si sono tratteggiati da Roma al Rinascimento: ovvero compiuto con la spada (le guerre di indipendenza , Garibaldi) e con l’ingegno ( Cavour, Mazzini, Gioberti, Cattaneo, ma anche Manzoni e Verdi).
Ma la raggiunta unità (senza Roma di Pio Nono) non fu senza spine fin dall’inizio: o spirito ideale e lungimirante che animò il patriottismo risorgimentale doveva quasi subito scontrarsi con il problema di riportare ad unità secoli di divisioni e quel mosaico di culture e tradizioni che la storia aveva inciso nella realtà italiana. Non è un caso che Cavour sul letto di morte sconsigliasse il neonato Stato italiano ad usare la forza – lo stato d’assedio – per aver ragione delle ribellioni nelle regioni meridionali. Eppure la questione meridionale esplode subito e propone un nuovo tipo di frattura che in vario modo ci siamo trascinati fin qui. E’ singolare come anche nelle attuali celebrazioni non emerga il convincimento che non si può non riproporre come una delle grandi priorità del futuro cammino della Repubblica Italiana la riduzione convinta e forte del divario nord-sud attraverso grandi progetti animati da scelte concrete , certe nei tempi e nelle risorse, supportate da una coesione politica e sociale che sappia non confondersi con la litigiosità del contingente. Non siamo più alle frasi di un D’Azeglio che confessava che annettere il sud era come “andare a letto con un vaioloso”. Né alla contrapposizione fra l’esercito di Cialdini ed i capi borbonici o del brigantaggio meridionale. Né vale la pena di discutere ancora sulla “spoliazione” del sud da parte del nord “vincitore”: Ghirelli ricorda come dal sud entrarono nelle casse dello Stato italiano ben 443 milioni di lire oro, quando tutti gli istituti bancari degli Stati preunitari ad eccezione di quello borbonico ne contavano solo 148. occorre invece concentrarsi su una spaccatura sociale ed economica che specialmente nei momenti di crisi ci ricorda con la forza dei numeri – a partire da quelli della disoccupazione giovanile – come ci sia ancora un dovere “unitario” da assolvere che probabilmente solo il federalismo non potrà fare. Non è ormai solo un problema di risorse quanto di gruppi dirigenti da rifondare, , di progetti di grande respiro per modernizzare le regioni del sud al fine di allinearle con il resto d’Europa, di promozione delle vocazioni del sud a partire da quella turistica. Ma questa spinta che è stata anche nei decenni passati un grande connotato rinnovatore del sindacato italiano, è finita su un binario morto, priva di significato concreto al di là di proclami di puro sapore elettorale.
Nella nostra storia dovremmo andare a rileggerci anche le pagine della nostra emigrazione e non tanto per un malinteso ed ambiguo sentimento di facile e retorica solidarietà nei confronti delle migliaia di nuovi migranti. Dal 1876, solo 16 anni dopo l’unità d’Italia, al 1976 oltre 27 milioni di italiani hanno sciato le loro case per cercare fortuna all’estero. E la prima ondata migratoria, non va dimenticato , è settentrionale: fra il 1876 ed il 1900 su quasi sei milioni di persone che abbandonano l’Italia 940 mila sono veneti, 847 mila provengono dalla Venezia Giulia, 700 mila dal Piemonte, mezzo milione dalla Lombardia, tanti quanti quelli che vanno via dalla Campania. E’ emigrazione verso le Americhe ma anche verso il Nord Africa. Sono coloni, artigiani, ma ci sono anche bambini intrappolati nella tratta dei minori che tanto sdegno provocò in Luigi Einaudi quando scopri il fenomeno che arricchiva per giunta lestofanti italiani. Il numero è rilevante, si tratta dell’esodo più imponente mai registrato finora. Anche se la storia smentisce sempre queste affermazioni. Ma non sono tanto le condizioni di miseria o di sfruttamento che dovrebbero farci riflettere sul fenomeno che oggi ci vede Paese di arrivo e di transito: quando le umiliazioni e le violenze, la fatica di vedersi riconoscere diritti, la poca o nulla considerazione di cui godevano i nostri concittadini in terra straniera. Tutto questo per dire che se non dobbiamo dimenticare, dovremmo soprattutto costruire una cultura dell’accoglienza di cui siamo tuttora privi, fatta di diritti e di doveri, certo, che non metta in discussione la sicurezza delle nostre famiglie ma che ci permetta di pilotare e governare il processo di società multirazziale che altrimenti potremmo solo subire.
Un altro salto di tempo e siamo alla Resistenza, altro simbolo di unità che nasce dalle ceneri del fascismo e della seconda guerra mondiale. La retorica e le polemiche più recenti non possono farci dimenticare che in Italia nel ’44 il coraggio della classe operaia ha dato vita al più grande atto di ribellione compiuto sotto l’Europa occupata dai nazisti. Ancora una volta un atto che ci ha proiettato sui livelli più alti della civiltà europea. Coraggio che non si pegne nel momento della riconquistata libertà: malgrado le differenze ideologiche fortissime di allora il sindacato italiano accettò la sfida di firmare migliaia di licenziamenti necessari per ricostruire dalle macerie quell’industria che sarà poi il centro della rinascita economica e sociale del nostro Paese. E la sinistra italiana non ebbe esitazioni nell’affrontare le conseguenze di quelle difficili scelte. Le vicende politiche sono ben note ed è inutile ritornarci sopra. Ma visto che si parla ora di un Paese alle prese con l’ennesima svolta della sua storia non farebbe male ricordare quella lezione di coraggio ed assunzioni di responsabilità vissute fin quando fu possibile unitariamente senza che questo compromettesse la diversità dei valori in campo.
Ma di quell’Italia vorrei ricordare un episodio minore che Guido Carli racconta sul primo viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti con una posta in gioco non irrilevante in quanto doveva sancire la concessione da parte americana di un prestito di 5 preziosissimi milioni di dollari. Il Ministro statunitense pregò in quella occasione De Gasperi di non incassarli subito ed il nostro povero Presidente del Consiglio chiese smarrito al governatore della Banca d’Italia chev lo accompagnava se per caso quell’assegno statunitense non fosse stato emesso a vuoto… Potrebbe far sorridere, far tenerezza, in realtà ci rammenta un tempo di galantuomini, dove di fronte al denaro che arrivava l’unica preoccupazione era quella di incassare per favorire la rinascita del nostro Paese.
I tempi della ricostruzione, del miracolo economico , delle lotte operaie degli anni ’60 consegnano alla nostra memoria un percorso collettivo non lineare ma nel quale il lavoro diventa sempre più marcatamente segno di civiltà, possibilità di realizzare una società migliore e non solo un’economia più avanzata. Questa novità ha generato tante speranze, ha fatto vivere a molti di noi stagioni nelle quali era possibile anche “perdere” perchè comunque c’era sempre la possibilità di una rivincita, c’era quasi sempre una via da imboccare. Oggi sopratutto per i giovani del terzo millennio questo scenario è assai più sfuggente. Nel suo bel libro sul Novecento Vittorio Foa conclude con alcune frasi che qui riporto senza commenti: “Mi è stato chiesto un augurio , anche solo un consiglio. Lo do: è di stare svegli , non abbandonarsi ai sogni. So il valore del mito, so come riesce a dare luce alla vita, anche a farcela capire. Ma non devo accettarlo come autorità che trascende la mia scelta. Può accompagnare la vita, non deve determinarla . Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile”. Non sarebbe una bella dedica per i 150 anni dell’unità nazionale, e non solo?